Social connection

“E’ una verità universalmente riconosciuta che ora viviamo in un mondo in rete, in cui tutti e tutto sono collegati. Il corollario è che le tradizionali strutture gerarchiche – non solo gli stati, ma anche chiese, partiti e corporazioni – si trovano in vari stati di crisi e declino:” (cit. Nial Ferguson)

Le reti e i social governano non solo nel regno degli affari. Anche in politica, le organizzazioni di partito e le loro macchine sono state rimpiazzate dalle campagne finanziate dal crowdfunding e dalla messaggistica virale. Il denaro, una volta monopolio dello stato, viene messo in discussione da Bitcoin e altre criptovalute, che non richiedono banche centrali per gestirle, solo algoritmi di consenso. In questo contesto di inter connessioni si sono perse di vista i valori di un tempo e quelle gerarchie che hanno contraddistinto l’era pre-internet. Pochi di noi però sono in grado di guardare indietro e rimpiangere quello spazio di tempo nel quale il cyberspazio e il networking erano solo lontane utopie. Libertà di spaziare ovunque nello cibernetico ma attenzione alle insidie perchè ci si può trovare davanti ad un regno oscuro e senza legge. Anarchia totale fuori controllo e “guerre” sintetiche tra fazioni di cyberterrorismo e sovvertitori della democrazia. Internet ha ricreato lo stato umano della natura e non dovremmo esserne sorpresi perchè nessuno ha mai garantito e mai garantirà uno stato libero senza conflitti. Probabilmente faremmo bene a rimpiangere un pò quelle che erano le gerarchie di un tempo dove era più semplice respirare e si respirava un’aria più pulita. Se si fossero rispettate le gerarchie ci saremmo trovati sicuramente in un cyberspazio completamente diverso e forse avremmo anche dato ascolto alla storia che di gerarchie ne sa qualcosa liberandoci dal male che ammorba il mondo della rete. Oggi su Facebook, Twitter gli usurpatori emettono sentenze, minacciano stati interi, comandano eserciti e creano una nuove storie da raccontare ai posteri a cui rimane solo l’ardua sentenza.

The Big Data

La vicenda Facebook-Zuckerberg ha tenuto banco in questi ultimi giorni e lo stesso titolare di Facebok si è scusato davanti a 2 miliardi di utenti. Ben poco è servita la sua “arringa” perchè la rete delle reti non è piu’ cosi sicura e affidabile dal punto di vista della privacy e della violazione della stessa. Non si tratta soltanto di prevenire eventuali manipolazioni dei comportamenti individuali ma proteggere l’oro del nuovo millennio, i cosiddetti “Big Data”. I Big data sono foto, immagini, video, post; sono tutte quelle azioni che compiamo giornalmente su Facebook e non solo sui social e che ci identificano. C’è il rischio di creare una società fittizia, un fake. In rete non siamo tutti uguali, non c’è uguaglianza tra nessun utente. Sarebbe meglio cambiare atteggiamento e cominciare a dare peso alla nostra identità digitale. Se quanto aggiungo al mio account social contribuisce a dipingere un io digitale concreto (squadre seguite, cibo preferito, serie tv amata), solo le azioni concretizzate valgono davvero in ambito commerciale. Il biglietto per lo stadio comprato online, l’ordine della cena fatto tramite app e consegnato a casa, l’abbonamento al servizio di streaming su smartphone e tablet. Questo è Big Data. Come fanno a sapere tutto di noi Google o Amazon?  Semplicemente attraverso i metadati (come ad esempio l’uso di una app, o di un sito web senza conoscerne il contenuto della navigazione). E con i metadati i due colossi arrivano ai nostri Big Data e ci mettono a nudo davanti al mondo virtuale. Non si può scappare. I Big Data sono del tutto discriminatori ed hanno fatto si che il cittadino mondiale, utente della rete venga inserito in una tabella merceologica. Esempio pratico: quando cambiamo gestore telefonico la compagnia telefonica ti tartassa con nuove promozioni e una migliore dell’altra e ritroviamo l’ offerta durante una normale navigazione in quelle piattaforme dove noi ci rechiamo spesso. I venditori tengono a noi utenti, anzi per meglio dire, tengono al nostro account ed è per questo che invece che renderci tutti uguali, il web ha accentuato le distanze tra le classi, lasciando nell’ombra chi della rete non importa quasi nulla. Siamo cittadini 2.0, persone ma account con una valutazione da 1 a 5 stelle come avviene nella serie Netflix “Black Mirror”  dove si racconta un futuro in cui le persone possono valutarsi a vicenda con un punteggio da una a cinque stelle per ogni interazione che hanno. Tale valore influisce sia sullo stato sociale che economico. La privacy è ad ogni modo un elemento strutturale di qualsiasi social o piattaforma e tutti i progetti digitali devono essere assolutamente regolarizzati e messi in sicurezza. I dati degli utenti non possono essere divulgati se non per lo stretto necessario per la gestione di quella atività e solo per un tempo ben definito.  Unico obiettivo è evitare abusi di potere dando origine a categorie socialmente discriminanti.