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L’attaccante-difensore

L’attaccante-difensore vede l’altra persona come un “nemico”. Si concentra sul motivo per cui l’altro ha torto e su quello che vuole cambiare della situazione.
Questa è sostanzilamente una mentalità combattiva. Questo tipo di atteggiamento “bellicoso” è l’esatto contrario del negoziato efficace e della prevenzione dei conflitti, e non può portare a una risoluzione pacifica che tenga conto, per quanto possibile, delle necessità e degli obiettivi di ognuna delle due parti.
“Che bastardo!” grida l’attaccante-difensore. “Non aveva il diritto di farmi questo, questo è ciò che voglio e questo è ciò che avrò!”
Fino a che continueremo ad affrontare le situazioni conflittuali da questa prospettiva belligerante non potremo mai “vincere”. Forse riusciremo momentaneamente a ottenere quello che pensiamo di volere, ad esempio vendetta, denaro, o la distruzione dell’altra persona. Ma dal momento che probabilmente non riusciremo ad arrivare a una vera, sincera fine delle ostilità, è probabile che il contrasto interiore continuerà ancora a lungo dopo che gli aspetti immediatamente esteriori e materiali del problema saranno stati superati.

L’ evitatore

L’evitatore è una variante estrema dell’accomodatore: egli non vuole neppure ammettere che esista un conflitto. Come l’attaccante-difensore e l’accomodante, la persona che evita gli scontri rifugge la responsabilità dei problemi, ma lo fa in modo diverso. Si limita a negare che il problema esista.
Come potrà garantirvi chiunque abbia avuto a che fare con gli evitatori classici (come molti alcolisti o tossicodipendenti), è estremamente difficile avere a che fare con questo tipo di “personalità conflittuale”. Tipicamente, questi soggetti hanno un bisogno tanto profondo di negare la realtà che sono disposti a tutto pur di evitare di affrontare la propria dipendenza o condipendenza. La comunicazione e l’onestà sono atteggiamenti estranei per loro. Sono paralizzati dalla paura. Come gli accomodanti, gli evitatori hanno un concetto estremamente basso del proprio valore, il che a sua volta li porta ad avere una mentalità da “vittima”, prima di speranza. Ma il modo che l’evitatore ha di porsi dinanzi alla propria sensazione di incapacità è di fingere che vada tutto bene e che “sia meglio manetenere lo status quo”.

L’ accomodante

A prima vista, sembrerebbe che l’accomodante fosse l’esatto contrario dell’attaccante difensore. Anzichè approffitare della minima provocazione come una scusa per scendere sul piede di guerra, l’accomodante farebbe qualsiasi cosa pur di “mantenere la pace”
Il perfetto esempio storico di Grande Accomodante è stato il primo ministro inglese Neville Chamberlain, che accettò di cedere la Cecoslovacchia ad Adolf Hitler nell’errata convinzione che questo avrebbe ammorbidito l’aggressore. Le ultime parole famose di Chamberlain alla fine della Conferenza di Monaco furono: “Credo che abbiamo assicurato la pace per il nostro tempo”. Invece, com’è noto, la “generosità” di Chamberlain diede a Hitler il via libera per scatenare la seconda guerra mondiale.
L’accomodante di solito non agisce da una posizione di forza. La sua motivazione è la paura, e la convinzione di fondo di non avere alcun potere. Quando si trova a doversi confrontare con un’opposizione, alza le mani e si dice “Non riuscirò ad avere quello che voglio, perciò tanto vale che ceda.” Oppure. “Non sopporto discutere, le guerre non hanno mai risolto nulla. E’ meglio porgere l’altra guancia.”
A modo suo, quindi, l’accomodante è tanto insicuro quanto l’attaccante difensore, e ha la medesima tendenza a non assumersi le responsabilità dei problemi che si trovano davanti, anche se invece sembra che lo faccia, in realtà, invece, di solito è arrabbiato come l’attaccante difensore e altrettanto convinto, seppur dentro di sè sente di avere ragione. La differenza sta nel fatto che l’accomodante è ostile in modo passivo anzichè attivo.

Specchio riflettente

Mancano pochi giorni al 4 marzo e tutti noi italiani siamo chiamati alle urne per votare coloro che riteniamo potrebbero essere i nuovi politici per il governo che verrà. Tutti dovremmo andare con la giusta convinzione e la preponderante determinazione di fare del bene per migliorare il sistema politico italiano o quanto meno rivoluzionare una volta per tutte questo Paese che non naviga in buone acque. Nel XX secolo  grazie alla psicologia del profondo abbiamo compreso (non tutti ancora ci arrivano, e non tutti ci devono arrivare per forza, e va bene anche così) che la politica intesa in senso molto stretto, per intenderci quella politica che vediamo così maleodorante quotidianamente nei giornali, in tv, dalle bocche dei passanti, a lavoro, ovunque…ecco, questa politica è già essa stessa lo specchio della coscienza e incoscienza media della collettività. Psicologicamente la politica è già l’effetto di una predisposizione psicologica ne è la conseguenza ed anche il sintomo. La politica condiziona la vita sociale di ogni individuo ed è fatta di dogmi, come la religione e quindi ci illude, ci compra, ci vende e ci getta via. Per cambiare il sistema politico bisogna cambiare il nostro modo di pensare e quindi di agire. «L’unica rivoluzione possibile è quella interiore.» (J.Krishnamurti). Le rivoluzioni per un cambiamento devono partire prima dal nostro modo di raffrontarci con la vita quotidiana, partendo da un cammino psicologico e spirituale fino ad arrivare all’atto concreto, al vero cambiamento. Per ogni cambiamento avvenuto nel mondo la storia e la psicologia ci hanno sempre insegnato che vi fu necessario dapprima un terreno fertile, in termini psicologici sono necessarie delle premesse psicologiche, sia consce che inconsce, archetipiche.Se ognuno di noi non è in grado di elevarsi o comunque tentare di risvegliarsi dal torpore del qualunquismo, non potremmo mai porre le basi per progettare un cambiamento; la coscienza di ogni singolo individuo al servizio del Paese è questo lo slogan “psico-politico” che andrebbe affisso sui  muri delle nostre città alla vigilia delle elezioni.