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Notizie ignoranti

Fake news. Cosa vi dice questo termine anglosassone? Notizie fasulle, bufale, notizie ignoranti (a me piace dare questo marchio). Già, le notizie ignoranti quelle che oggi non fanno a meno di imbrattarci la nostra vita social, di per sè una vera impresa viverla quotidianamente come noi blogger ma non per questo dobbiamo dannarci l’anima ogni volta che ci spediscono una fake news. L’ignoranza social che prende tutti per la “gola” e molto spesso anche in testa con notizie come quelle sparate da un sito “Il fatto quotidiano”, storpiatura buttata lì cosi del vero e piu’ noto quotidiano. Ebbene l’autorithy ha deciso di far chiudere la serranda ma non su Facebook. Non toccate Facebook perchè per “Il fatto quotidiano” rimane ancora la fucina delle notizie ignoranti. Eppure il disclaimer parla chiaro alla voce: “il portale X è a tutti gli effetti una testata giornalistica…” però lo sappiamo che trovata la legge, trovato l’inganno. “Il fatto quotidiano” è solo una goccia nel mare del grande business che le notizie ignoranti producono. Prendiamo ad esempio “Lercio”, un portale nato per… gioco ma anch’esso un grandissimo produttore di bufale  con cifre da capogiro ma chi viene penalizzato è l’utente che non guadagna nulla e perde tanta pazienza. Siamo noi che non sappiamo distinguere il fake dal vero. Storie inventate che per assurdo vengono certificate, una volta divenute “virali” dalla stessa rete che vogliono o tentano di ingannare. Con il chiaro obiettivo di debellare le notizie fake, in questi ultimi anni sono nati dei progetti guida che hanno consentito ai navigatori della rete di percepire meglio il grado di attendibilità di una notizia. Palliativi, placebi virtuali, acqua fresca probabilmente si offenderanno i produttori di Trust Project, Full Fact e similari ma ho testato personalmente questi prodotti e credo che la cosa migliore da fare sia quella di applicare un bollino blu come sui prodotti di qualità naturale e sperare che la sfida tra la notizia ignorante e quella vera possa arrivare ad una pacifica soluzione. In nome dell’informazione.

Social connection

“E’ una verità universalmente riconosciuta che ora viviamo in un mondo in rete, in cui tutti e tutto sono collegati. Il corollario è che le tradizionali strutture gerarchiche – non solo gli stati, ma anche chiese, partiti e corporazioni – si trovano in vari stati di crisi e declino:” (cit. Nial Ferguson)

Le reti e i social governano non solo nel regno degli affari. Anche in politica, le organizzazioni di partito e le loro macchine sono state rimpiazzate dalle campagne finanziate dal crowdfunding e dalla messaggistica virale. Il denaro, una volta monopolio dello stato, viene messo in discussione da Bitcoin e altre criptovalute, che non richiedono banche centrali per gestirle, solo algoritmi di consenso. In questo contesto di inter connessioni si sono perse di vista i valori di un tempo e quelle gerarchie che hanno contraddistinto l’era pre-internet. Pochi di noi però sono in grado di guardare indietro e rimpiangere quello spazio di tempo nel quale il cyberspazio e il networking erano solo lontane utopie. Libertà di spaziare ovunque nello cibernetico ma attenzione alle insidie perchè ci si può trovare davanti ad un regno oscuro e senza legge. Anarchia totale fuori controllo e “guerre” sintetiche tra fazioni di cyberterrorismo e sovvertitori della democrazia. Internet ha ricreato lo stato umano della natura e non dovremmo esserne sorpresi perchè nessuno ha mai garantito e mai garantirà uno stato libero senza conflitti. Probabilmente faremmo bene a rimpiangere un pò quelle che erano le gerarchie di un tempo dove era più semplice respirare e si respirava un’aria più pulita. Se si fossero rispettate le gerarchie ci saremmo trovati sicuramente in un cyberspazio completamente diverso e forse avremmo anche dato ascolto alla storia che di gerarchie ne sa qualcosa liberandoci dal male che ammorba il mondo della rete. Oggi su Facebook, Twitter gli usurpatori emettono sentenze, minacciano stati interi, comandano eserciti e creano una nuove storie da raccontare ai posteri a cui rimane solo l’ardua sentenza.

The Big Data

La vicenda Facebook-Zuckerberg ha tenuto banco in questi ultimi giorni e lo stesso titolare di Facebok si è scusato davanti a 2 miliardi di utenti. Ben poco è servita la sua “arringa” perchè la rete delle reti non è piu’ cosi sicura e affidabile dal punto di vista della privacy e della violazione della stessa. Non si tratta soltanto di prevenire eventuali manipolazioni dei comportamenti individuali ma proteggere l’oro del nuovo millennio, i cosiddetti “Big Data”. I Big data sono foto, immagini, video, post; sono tutte quelle azioni che compiamo giornalmente su Facebook e non solo sui social e che ci identificano. C’è il rischio di creare una società fittizia, un fake. In rete non siamo tutti uguali, non c’è uguaglianza tra nessun utente. Sarebbe meglio cambiare atteggiamento e cominciare a dare peso alla nostra identità digitale. Se quanto aggiungo al mio account social contribuisce a dipingere un io digitale concreto (squadre seguite, cibo preferito, serie tv amata), solo le azioni concretizzate valgono davvero in ambito commerciale. Il biglietto per lo stadio comprato online, l’ordine della cena fatto tramite app e consegnato a casa, l’abbonamento al servizio di streaming su smartphone e tablet. Questo è Big Data. Come fanno a sapere tutto di noi Google o Amazon?  Semplicemente attraverso i metadati (come ad esempio l’uso di una app, o di un sito web senza conoscerne il contenuto della navigazione). E con i metadati i due colossi arrivano ai nostri Big Data e ci mettono a nudo davanti al mondo virtuale. Non si può scappare. I Big Data sono del tutto discriminatori ed hanno fatto si che il cittadino mondiale, utente della rete venga inserito in una tabella merceologica. Esempio pratico: quando cambiamo gestore telefonico la compagnia telefonica ti tartassa con nuove promozioni e una migliore dell’altra e ritroviamo l’ offerta durante una normale navigazione in quelle piattaforme dove noi ci rechiamo spesso. I venditori tengono a noi utenti, anzi per meglio dire, tengono al nostro account ed è per questo che invece che renderci tutti uguali, il web ha accentuato le distanze tra le classi, lasciando nell’ombra chi della rete non importa quasi nulla. Siamo cittadini 2.0, persone ma account con una valutazione da 1 a 5 stelle come avviene nella serie Netflix “Black Mirror”  dove si racconta un futuro in cui le persone possono valutarsi a vicenda con un punteggio da una a cinque stelle per ogni interazione che hanno. Tale valore influisce sia sullo stato sociale che economico. La privacy è ad ogni modo un elemento strutturale di qualsiasi social o piattaforma e tutti i progetti digitali devono essere assolutamente regolarizzati e messi in sicurezza. I dati degli utenti non possono essere divulgati se non per lo stretto necessario per la gestione di quella atività e solo per un tempo ben definito.  Unico obiettivo è evitare abusi di potere dando origine a categorie socialmente discriminanti.

Black-out

Cosa succederebbe se internet dovesse smettere di funzionare anche per un solo giorno? L’ipotesi non è proprio cosi realistica ma possiamo immaginare alcune delle ipotesi che farebbero pensare ad un “black-out” della rete. In primis un attacco hacker,oppure un danneggiamento ai cavi di trasmissione sottomarini, oppure un danneggiamento puramente accidentale. Tutto questo comporterebbe innanzitutto eventi a catena quasi senza precedenti: in primis noi stessi che utilizziamo la rete per scopi ludici, per passatempo, per lavoro, per comunicare. Sarebbe anche deleterio per la nostra psiche perchè assuefatti dalla continua esasperazione dell’essere per forza e a tutti i costi connessi alla rete, un’eventuale “tsunamj” tecnologico provocherebbe forti impatti sulla nosra vita…virtuale. In secundis lo scenario economico mondiale potrebbe subire un crollo dal quale si uscirebbe un pò malconci. Dal punto di vista politico invece potrebbe esserci il risvolto della medaglia perchè la rete potrebbe anche smettere di funzionare per causa dei governi che potrebbero spegnere l’intera connessione nel loro Paese. E’ già accaduto in Egitto nel 2011 durante le contestazioni della primavera araba, e piu’ recentemente in Turchia ed Iran. Una sciagura dallo spazio…E perchè no? La causa una tempesta solare che potrebbe daneggiare le reti elettriche, provocando danni per milioni di euro causando anche la morte di piu’ di 200 milioni di persone. Il mondo ripiomberebbe nel ‘900 ma non credo che sia questo il problema maggiore perchè il vero problema siamo noi umani: gli eterni connessi. Dicevamo poc’anzi che un black-out della rete ci porterebbe alla non comunicazione, al mancato contatto, inquieta al solo pensiero. Potrebbe anche manifestarsi epidemie di depressione soprattutto tra i piu’ giovani in quanto tendenzialmente piu’ esposti a tale rischio. Devastante l’impatto sul cambiamento tecnologico con la crescita di un’involuzione e di una nevrosi per la mancanza della connessione. L’impatto sui social che per i governi sono il pericolo pubblico numero uno al mondo in tema di attacchi hacker e di cyber-terrorismo, potrebbe essere, secondo un recente studio, un ottimo viatico verso il ritorno ad una comunicazione più umana o quantomeno piu’ aperta, più elastica. In tutto il globo terrestre si trascorrono in media due ore al giorno a navigare, postare e commentare su Facebook, Twitter, YouTube e altre piattaforme social, immaginiamo quale potrebbe essere lo shock che potremmo subire in considerazione del fatto che il 5% degli utenti online è assolutamente incapace di controllare il tempo trascorso sui social. Le scansioni cerebrali di queste persone rivelano danni nelle stesse aree colpite nel cervello di chi fa abuso di droghe: si nota una degradazione della sostanza bianca nelle regioni che controllano le emozioni, l’attenzione e i processi decisionali.
L’apocalisse virtuale.