La spada e la roccia

Sono tantissime le leggende che passano di bocca in bocca sulla spada nella roccia ma crediamo sia una solamente quella che si avvicina di piu’ ai quei fatti risalenti il 1170. Il mio viaggio a San Galgano, in località Chiusdino in provincia di Siena fu un viaggio all’insegna del mito e della leggenda di San Galgano e non solo ma anche di Re Artu’ e dei cavalieri della tavola rotonda. Camelot per il momento non c’entra ma ci ritorneremo sopra in un altro articolo. Fu davvero magico visitare questa abbazia che rimane a cielo aperto, non è provvista del tetto. Il luogo include due punti di attrazione; la grande Abbazia con un’enorme chiesa senza tetto e l’eremo di Monte Siepi dove, secondo la leggenda, San Galgano si ritirò a vita eremitica nel 1170. Come simbolo di pace infisse la sua spada dentro la roccia, dove si trova ancora oggi. Avanti gli scettici, che diranno che è tutta una montatura per il business del turismo in Toscana ma avanti anche i complottisti e i ricercatori che come me hanno visitato questo luogo magico immerso nella campagna toscana in un silenzio quasi surreale. La chiesa è a forma di croce e venne edificata tra 1218 e 1288 dai monaci cistercensi che normalamente costruivano i loro monasteri vicino al fiume (la Merse in questo caso) e lungo importanti strade di passaggio (la Maremma). Dopo aver assoporato l’energia dell’abbazia mi spostai all’eremo di Monte Siepi
dove sorge una cappella che è stata costruita dopo la morte di San Galgano nel 1181. Al centro della rotonda cappella è situata la pietra dove San Galgano infisse la sua spada come segno di aver lasciato definitivamente le armi per cominciare una nuova vita di fede. Se la spada in realtà risale al tempo di San Galgano è in discussione, ma a quanto pare una ricerca fatta nel 2001, ha dimostrato che è effettivamente così. I miti e le leggende non sono altro che parti di verità che spesso la storia nasconde per non tradire il fascino primordiale della leggenda stessa. Consiglio di andare a visitare questa abbazia se siete nei paragggi di Siena e Monticiano perchè appena metterete piede a San Galgano il tempo si fermerà anche per voi come si è fermò anche per me e percepirete un forte senso libertà. Forse la stessa forma di libertà che San Galgano trovò quando depose la sua spada nella roccia.

Castel del Monte

Se non fosse stato per il forte maltempo che gravava sulla Puglia quella primavera del 2012, avrei potuto anche fare visita a tutti i castelli normanni della zona del tavoliere. Purtroppo però con la moto e le strade molto accidentate dovetti desistere e fermarmi a Gravina di Puglia dove si trova il parco nazionale delle Alte Murge a circa 20 km. da Andria. Appena si calmò il maltempo (relativamente) presi la moto e mi addentrai nel parco fino a quando non trovai questo enorme spiazzo sul quale c’era questo castello a forma ottagonale che l’UNESCO abbracciò accogliendolo nella sua grande famiglia dei patrmoni mondiali. Il castello di Federico II di Svevia è stupefacente, sembra sia stato messo lì per dominare tutta la regione e il mondo intero. E’ un’opera spettacolare che racchiude elementi stilistici diversi, dal taglio romanico dei leoni dell’ingresso alla cornice gotica delle torri, dall’arte classica dei fregi interni alla struttura difensiva dell’architettura fino alle delicate raffinatezze dello stile arabo. Castel del Monte fu costruito nel 1240 e da subito divenne sede permanente della corte di re Federico II soprannominato “stupor mundi” perchè molto eclettico e alquano aperto di idee e di pensiero ma soprattutto perchè era una persona intrisa di mistero tanto che lasciò in eredità il mistero del castello stesso. Arrivando si nota subito la sua architettura a forma ottagonale e cosa alquanto strana che notai visitandolo, la mancanza delle stalle, di un fossato e di un muro di cinta lasciarono in me un forte dubbio. Federico II lo costruì per lasciare una traccia della sua cultura e della sua apertura mentale oppure solo per puro gusto personale? La risposta mi arrivò quando entrai all’interno del castello. Internamente non c’erano sale, porte o passaggi, niente di tutto questo, perchè tutto è a forma di ottagono. Otto sono i lati della pianta del castello, otto le sale del piano terra e del primo piano a pianta trapezoidale disposte in modo da formare un ottagono, e otto sono le imponenti torri, ovviamente a pianta ottagonale, disposte su ognuno degli otto spigoli. Si ritiene che nel cortile interno fosse presente una vasca anch’essa ottagonale.  C’è una forte atmosfera quasi ancestrale in quel posto. C’è molto silenzio in questa zona e quando si guarda da fuori il castello sembra che tutto il complesso parli al visitatore come se volesse rivelare il proprio segreto. La chiave di lettura secondo me sta nell’esoterismo e nella simbologia rappresentata dalla ripetizione del numero 8. Il numero che raffigura l’infinito proprio a dimostrazione del fatto che Castel del Monte rimarrà per sempre cosi in nome del re Federico e delle sue grandi imprese. Mi piacerebbe ritornare a Castel del Monte perchè si torna sempre in questi posti dove c’è qualcosa di cui sei stato fortemente attratto in passato. Il mistero forse è risolvibile e la mia moto è pronta.

Wewelsburg

Durante un viaggio di lavoro in Germania mi fermai con l’auto presa a noleggio all’aeroporto di Dusseldorf, presso una piccola località chiamata Wewelsburg. Avevo bisogno di fermarmi a riposare e sulle strade di quella zona c’erano ovunque cartelli che indicavano un ostello situato in un antico castello che appunto prendeva il nome della località nella quale mi trovavo: Wewelsburg. Quando arrivai davanti a quella maestosa struttura rimase senza parole, quasi come se mi mancasse il fiato. Ero giunto al castello di Welwelsburg che durante la seconda guerra mondiale fu la sede delle S.S. naziste e luogo di culto dell’esoterismo nazista legato al paganesimo e alla religione norrenica ariana. L’ostello, ero sicurissimo si trovava all’interno di un’ala del castello. Le indicazioni parlavano chiaro non mi ero sbagliato. Può capitare che davanti a cotanta bellezza di castello immerso nei boschi, ci si possa anche lasciar prendere dal panico e da fortissime emozioni. La storia non può evitare di narrare le vicende di questo castello dalla inusuale forma triangolare. La punta del castello era rivolta verso nord laddove i nazisti affermavano e attestavano la provenienza della razza ariana. Lasciai tutto e mi fiondai nell’ostello per prenotare una camera in fondo era solo per una notte, l’indomani sarei ripartito per Berlino ma il presentimento era troppo forte legato ad un sentore di devastazione e di terrore cosi decisi di non soggiornare per la notte.  La signora dell’ostello mi consigliò, cosi un piccolo hotel fuori dal centro abitato ma la mia curiosità era piu’ forte del presentimento negativo che aleggiava nel maniero cosi accettai il consiglio della titolare del piccolo dormitorio di recarmi a fare visita alla “stanza del sole nero”. Agghiacciante quel luogo che trasudava esoterismo da ogni mattone. Entrai nella “gruppenfhurersaal” (la stanza del cerchio). Spettrale ma nel contempo interessante, rimasi affascinato dalla precisione architettonica di quella stanza nella quale c’erano dodici colonne ognuna di queste rappresentava i dodici membri eletti dalle SS. Gli iniziati si sedevano nei 12 sedili del castello e facevano riti magici e meditazione,prendevano decisioni sulla sorte del mondo,mentre dei fori al centro del soffitto creavano effetti sonori inquietanti. Rituali e trance avrebbero prodotto una corrente energetica diretta verso nord, il luogo della mitica thule,terra d’origine dei tedeschi ed in questo modo gli iniziati cercavano di controllare le masse. Nel centro della sala un cerchio chiamato “sieg” (vittoria) con dodici raggi di colore nero, chiamato il “sole nero”.  Ritornai all’auto e quando arrivai in fondo al viale che portava all’uscita di Wewelsburg rimasi a guardare ancora per qualche minuto quello spettacolo che da Carlo Magno a Napoleone e fino all’arrivo degli alleati era stato teatro di vicende storiche di spessore accompagnate sempre dal mistero e dalla lucida follia di coloro che l’hanno frequentato.

Lungo il cammino di Santiago

Un altra grande avventura fu quella che mi portò nel settembre del 1998 a Santiago de Compostela (Galizia – Spagna) percorrendo quello che è chiamato il Cammino di Santiago ovvero il sentiero che attraversa tutto il nord della Spagna da Roncisvalle (Francia – Pirenei) fino a Santiago de Compostela e anche oltre a Cape de Finisterre sull’Oceano Atlantico. Un cammino spirituale che va oltre il misticismo e la religione perchè è un percorso che consiglio a chiunque di fare, un’avventura che lascerà un bel ricordo in ognuno di voi. Il Cammino di Santiago di Compostela è il lungo percorso che i pellegrini fin dal medioevo intraprendono, attraverso la Francia e la Spagna, per giungere al santuario di Santiago de Compostela, presso cui ci sarebbe la tomba dell’ apostolo Giacomo. Il mio obiettivo era quello di capire cosa mi aspettava lungo quei sentieri che si snodavano per oltre 800 km.; perchè è durante un percorso che si può apprezzare la parte piu’ profonda di noi stessi e ritrovare noi stessi lungo quel cammino. La meta è solo un obiettivo come tanti. Organizzai il viaggio a tappe. Arrivai a Roncisvalle in automobile da Bordeaux dove alloggiavo a casa di un’amico. Da Roncisvalle mi incamminai a piedi in completa solitudine attrezzato per bivacchi notturni e viveri di prima necessità fino alla prima tappa dopo due giorni di cammino. Raggiunsi Burgos un importante centro culturale che conserva ancora intatto il fascino del medioevo spagnolo. Due giorni di riposo e di nuovo in cammino verso Leon con bivacchi notturni lungo il percorso e soste per rifornimento di cibo e di acqua. Era un caldo settembre ma l’aria del nord della Spagna mitigava la calura e rendeva piu’ piacevole questa avventura. Ogni 25/30 km. trovavo un ostello dove rifocillarmi e dove potevo conoscere e scambiare due chiacchiare con altri viandanti. Non è importante quanti chilometri si possono percorrere o dove si può arrivare. La bellezza di questo viaggio sta nell’incontrare lungo il percorso persone con culture e storie di vita diverse, ma con cui è bello condividere la fatica e il sudore del cammino, la serenità di momenti conviviali e la felicità nel raggiungere alla fine insieme, la metà tanto desiderata.  Le città di Astorga e di Ponferrada aprivavano il varco verso Santiago de Compostela che raggiunsi dopo 8 giorni di marcia. Un particolare che ricordo è il simbolo della conchiglia che incontravo lungo la marcia sui cippi chilometrici o sui cartelli che indicavano i sentieri o località. La conchiglia è il simbolo del Cammino di Santiago perchè oltre ad essere legata ad una leggenda (di cui vi parlerò in un prossimo articolo), la conchiglia di Santiago è simbolo di purezza e di protezione del pellegrino o del viandante lungo tutto il percorso. Con me portavo una conchiglia che avevo trovato strada facendo e quando raggiunsi Cape de Finisterre (estrema punta occidentale d’Europa), la gettai nell’Oceano Atlantico. Un segno di ringraziamento verso il mare e verso quel magico luogo che mi ha aiutato a trovare buona parte di me stesso nonostante la fatica e la stanchezza. E’ proprio vero che solo durante un percorso si può scoprire quale sia la meta finale senza voltarsi indietro, senza guardare avanti.