Ma cos’è questa strategia?

Ancora oggi si parla di strategia della tensione; un termine che era in uso sul finire degli anni ’70, primi anni ’80. Questa strategia è rimasto ancora un mistero irrisolto perchè molteplici furono le cause che crearono nel nostro Paese quel periodo oscuro chiamato “anni di piombo”. Il disordine sociale, l’instabilità, la minaccia e il terrore sono i mezzi con cui, dietro le quinte del potere, per anni, un coacervo di forze – spesso in antitesi e in competizione tra loro – ha giocato una partita di morte dai contorni ancora in gran parte da definire. In primis troviamo i servizi segreti italiani che racchiudono forse politiche e militari di un certo rango e poi il mistero delle grandi logge segrete, il golpismo di estrema destra e le strutture armate occulte come “Gladio“. Una vera e propria Strategia della Tensione comincia a delinearsi in Italia, almeno nei suoi aspetti teorici, nella prima metà degli anni Sessanta che va a sfociare nel ’68 italiano con le lotte studentesche per poi passare al periodo delle “bombe dentro“; gli anni orribili dello stragismo piu’ forsennato. La Strategia della Tensione, quindi com un’ apparato perfettamente intercambiabile di uomini – per lo più servitori dello Stato ed i loro seguaci – al servizio di un’idea precisa: la conservazione del potere rispetto a qualsiasi forma di cambiamento. Un periodo costellato di episodi dubbi, sordidi, in cui il tentativo di reprimere i movimenti di contestazione si è realizzato attraverso una serie di stragi e di morti, e attraverso il ricorso sistematico alla repressione violenta e indiscriminata. Alcune parti del movimento nel corso di questi anni si sono dati alla lotta armata in clandestinità, mettendo a segno a loro volta attentati e azioni terroristiche, contribuendo a rendere fortemente conflittuali e sempre più complesse le dinamiche degli “opposti estremismi”.

Titoli apparenti

Il grande Toto diceva: “Sotto l’abito firmato non troverai mai una persona di marca.” Non si poteva dare torto al principe Antonio De Curtis in arte Toto’ per questo aforisma che ancora oggi è di grande rilevanza nel jet-set sociale e nei club privèè dei social.. Già soprattutto in questi ultimi. Oggi è difficile apparire ed è piu’ facile ingannare con un ammiccamento stampato sulla faccia piuttosto che con una stretta di mano sincera ed uno sguardo forte e pulito. Ciò che sappiamo su chi ci circonda, e ciò che gli altri sanno di noi, si fonda essenzialmente su apparenze.  Ci sono apparenze e apparenze che soltanto le persone superficiali non giudicano e lo diceva Oscar Wilde un secolo prima di Toto’. Il mondo ci percepisce, ci considera e ci giudica da come ci muoviamo, parliamo, agitiamo le mani, sbattiamo gli occhi, da come ci vestiamo, arrossiamo o balbettiamo. Le apparenze sono il fondamento di quel che sappiamo degli altri e di ciò che gli altri sanno di noi; sono il medium della comunicazione e la sostanza del mondo condiviso.  Patologia della modernità o alienazione dei veri principi nella società dello spettacolo in cui la manipolazione e la menzogna oscurano la realtà autentica dei soggetti.  Se la vita è un grande teatro e noi siamo i protagonisti, immaginate il pubblico che ci sta guardando cosa potrebbe dire di noi. Eppure in quel pubblico potremmo esserci anche noi giocando un ruolo di doppiogiochista: prima attore e poi spettatore. Comunicare è già di per sè apparenza perché la vanità, l’esibizione, la pubblicità, dominano la nostra vita attuale in dimensioni che percepiamo eccezionali e grottesche,  La cura? Non c’è cura, non c’è antidoto ma solo un pò di buon senso e… senso…di appartenenza al proprio sè.

Scapoli e ammogliati

Viviamo in un contesto societario, politico ed economico abbastanza demoralizzante e non è di certo un’impresa facile specie per coloro che coltivano ancora un barlume di buon senso, perchè il buon senso l’italiano l’ha venduto al miglior offerente.
L’impressione è quella di trovarsi dentro a un teatrino di burattini, in cui chi tira le fila (e i fili) ha assegnato dei ruoli rigidi e schematici da cui non si può uscire neppure per prendere una boccata d’aria fresca. I nostri politici e i nostri intellettuali, ridotti al rango di capi burattini, sono consapevoli di questo e si limitano a recitare il ruolo che gli compete (o che gli fa comodo, o che gli produce profitto elettorale) senza deviare minimamente dagli stereotipi stabiliti dal teatrino. Si formano inevitabilmente due fazioni contrapposte: la prima capeggiata da Salvini che sarebbe in teoria il ministro degli interni ma tutto fa se non che fare il ministro. Strizzate d’occhio, messaggi sul cellulare, vita mondana a gogo e frasi prese da chissà quale manuale di aforismi del tipo: ” Mi rifiuto di partecipare a quello che si è ridotto a un derby tra fascisti e comunisti”. La demagogia peggiore è quella di dare un’immagine bieca e incivile a coloro che hanno votato Salvini e comunque a tutto il popolo italiano che attende solo verità da un ministro degli interni ma ahimè sono valori che lo stesso Salvini snobba ridendo sotto i baffi per lo sberletto in faccia all’italico stivale e tutti i simboli in esso contenuti.
Dall’altra parte del campo, perchè qua si tratta di giocare un derby, ci ritroviamo dei burattini di altro genere. Nella fattispecie, una variegata e frammentata galassia di centro-sinistra che non riesce ad unirsi su nulla che non sia l’ “anti” qualcosa. Che si tratti del nobile antifascismo, oppure dello sterile antiberlusconismo (ieri) o antisalvinismo (oggi), la totale assenza di coesione come anche di proposte programmatiche e politiche concrete che riescano a contrastare gli effetti socialmente devastanti del capitalismo finanziario non verrà certo compensato dai balletti festosi e meramente celebrativi nelle piazze. Balletti, tweet, sorrisi a 360 gradi risultano solo sterili abbozzi di politica a favore di un Paese che ha bisogno solo di realtà, di concretezze. Della storia l’italiano è stanco, seppur non deve mai dimenticarne la memoria storica che Salvini e i signori del centro-sinistra hanno impomatato e abbellito come un carro allegorico carnevalesco.
Temo che non ci si allontani dalla realtà a definire lo scenario politico attuale come caratterizzato da un derby che ricorda quello tra scapoli e ammogliati.

Usi e getti

Ogni giorno siamo bombardati da messaggi, pubblicitari e non, che ci dicono come vestirci, cosa mangiare, cosa ci può rendere felici, cosa significa avere una vita di successo e quale tipo di relazione dobbiamo avere. Amici? Tanti, per uscire fino a tarda mattina (dalla sera prima), per viaggiare in posti di tendenza. Conoscenze? Ancora di più, per fare numero su Facebook, su Instagram, e avere l’impressione di essere popolare, altrimenti non sei nessuno. Ma quando hai semplicemente bisogno di fare una chiacchierata a cuore aperto, di berr un caffè in compagnia o di stare con qualcuno di fiducia, in mezzo a questi “settordici” mila persone non c’è nessuno. Ovviamente, tutto questo non ci rende felice e ci spinge semplicemente a muovere verso l’aspetto affettivo una tendenza consumistica che ha già invaso il nostro quotidiano (e non c’è migliore consumatore di un consumatore profondamente infelice).
Stiamo proiettando le nostre abitudini consumistiche sulla sfera affettiva. Mentre compriamo tanto, sprechiamo tanto, buttiamo via tanto e se qualcosa non è perfetto, lo eliminiamo, facciamo la stessa cosa con le persone: ne incontriamo tante, usciamo con tante e appena qualcosa non va, le ignoriamo senza degnarle di una spiegazione. Sembra un’esagerazione ma l’aumento del ghosting ci dimostra che purtroppo non è così. Le ragioni potrebbero essere molte ma ciò che ci vedo io (ed è solo un’ipotesi), è una ferita di fondo che si tenta di nascondere. Bisogna essere realisti, al tempo dei nostri nonni, quando le cose non si buttavano via ma si aggiustavano, loro riconoscevano forse meglio il valore delle cose e avevano un’idea concreta di come vivere nel mondo.
Ora, il mondo cambia talmente tanto velocemente che ci sfugge dalle mani. Siamo più insicuri rispetto al passato, non siamo nemmeno sicuri che, tra le tensioni internazionali, le crisi economiche e i problemi d’inquinamento, avremo un futuro. Ci sentiamo aggrediti dal mondo, ecco perché vogliamo proteggerci e rinchiuderci dentro l’unica cosa che ci sembra sicura: noi stessi.