L’arte dell’oracolo

Quante volte vorremmo avere la giusta risposta per un quesito o la soluzione a un problema o ancora sapere cosa ci riserva il futuro per poter compiere determinate scelte. Domane che l’essere umano si pone da sempre, ed in tanti ci hanno provato a dare qualche vaga soluzione ma con tentativi assai poco soddisfacenti. Molti invece hanno creato una specie di “oracolo fai da te”, altri invece chiedono consigli ad amici e parenti ed in un insospettabile quantità di persone si rivolge a coloro che si fanno chiamare “maghi” (appellativo totalmente deviato). Quando si trovano davanti il ciarlatano di turno che gli spilla fior di euro solo per un consulto fake. Guardando al passato non sembrano che le cosa siano cambiate cosi molto a meno che nel mondo antico la gente non andava dall’oracolo, che fungevano da intermediari tra gli esseri umani e gli dei, la cui volontà, una volta decifrata, diventava un imperativo ineluttabile.
I piu’ celebri oracoli della storia furono quelli greci e in particolar modo quello presso il santuario di Zeus a Dodoma e naturalmente l’oracolo di Delfi. Il primo si trovava in Epiro ed era famosissimo. Per conoscere gli esiti bisognava recarsi sul posto dove c’era la dimora dell’oracolo ed attendere la risposta alla presenza di un albero sacro, di solito una grande quercia. La zona sacra per eccellenza. Bastava ascoltare il fruscio dei rami ed il volo delle colombe per dare risposte chiare alle domande. Ancora piu’ famoso era il santuario di Delfi, dedicato al dio Apollo, che godette del massimo splendore fra il VII e il IV secolo a.C. Il mito racconta che il mostro Pitone venne ucciso da Apollo impadronendosi cosi dell’oracolo e attraverso la PIzia, seduta sul suo treppiede, avrebbe dato rispostaa alle domande che le venivano poste. Non sempre però succedeva questo: ad Eracle la Pizia non volle dire nulla ed egli si infuriò mettendo a soqquadro il santuario. Anche durante l’impero romano esisteva un centro importantissimo votato agli oracoli e ruotava ittorno alla celbre figura di una sacerdotessa le cui doti profeiche giravano sempre attorno alla figura di Apollo. La sede era situata a Curma nell’attuale Campania e in seguito passata alla storia con il nome di Sibilla Cumana. La conoscenza dei responsi o di profezie continua ad avere un fascino intramontabile perchè l’insondabilità del mistero e del futuro accresce in noi un fortissimo interesse sociale, stabilendo quali saranno le sorti di una persona scettica oppure credente. Vale comunque sempre questo appellativo: “Uomo! Conosci te stesso innanzittto e conoscerai l’universo degli Dei”

Ma cos’è questo Graal…

Le leggende hanno parlato del Sacro Graal, la coppa da cui Gesù e i discepoli avrebbero bevuto durante l’ultima cena e che permetterebbe di dare la vita eterna, fin dal Medio Evo. Tutto ebbe inizio con i Vangeli: Poi prese il calice e, dopo aver reso grazie, lo diede loro, dicendo: “Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell’alleanza, versato per molti, in remissione dei peccati.” (Matteo 26:27-28).
Era questa coppa davvero una coppa speciale usata all’Ultima Cena o era piuttosto una normale coppa da tavola? Con molta probabilità, piuttosto che fatta in metallo, la coppa in questione era intagliata nel legno o realizzata in gesso bianco o altra tipo di roccia calcarea in cui molte coppe del primo secolo dopo Cristo erano realizzate. E se così fosse stato, è improbabile che la coppa sia sopravvissuta attraverso i secoli come avrebbe potuto fare una di metallo. Tuttavia, nel Medio Evo, questa coppa, fosse essa simbolica o reale, divenne molto popolare. Secondo lo storico britannico Richard Barber, le prime prove della coppa considerata come reliquia sono datate al tardo settimo secolo dopo Cristo. Un vescovo franco chiamato Arnolfo viaggiò fino in Palestina e mise per iscritto il racconto del suo viaggio. Egli scrisse che in una Chiesa del Santo Sepolcro in Gerusalemme, vide un calice d’argento conosciuto come la “Coppa del Signore”. Tra la basilica del Golgotha e il luogo del Martirio, si trova una cappella in cui è custodito il calice del Signore, che egli benedisse con le proprie mani e diede agli Apostoli quando sedeva alla cena il giorno precedente il suo supplizio. Il calice è d’argento, ha la dimensione di una pinta gallica e ha due maniglie lavorate su ciascun lato… Dopo la Resurrezione, il Signore bevve da questo stesso calice, secondo quando indicato alla cena con gli apostoli. Il santo Arnolfo lo vide e attraverso un’apertura del reliquiario dove era riposto, egli lo toccò con mano propria. Il termine letterario “Graal” viene dallo scrittore francese Chretien de Troyes che scrisse un romanzo intitolato Perceval. L’autore morì nel 1190 d.C. prima di completare l’opera. In essa, un giovane cavaliere visita il castello del Re Pescatore dove vede una strana processione nella quale è presente un piatto d’oro incastonato di gemme e chiamato “graal”. Esso era un oggetto sacro utilizzato per trasportare l’ostia consacrata. Nella processione, egli vede anche un ragazzo che trasportava una lancia sanguinante dalla punta, probabilmente un riferimento alla lancia che ferì il costato di Gesù sulla croce (Giovanni 19:34) e perciò si finì col collegare questo graal con un artefatto della Passione. Poiché la storia non fu mai finita, è impossibile sapere cosa intendesse l’autore. La maggior parte degli scrittori medievali descrive il Graal come un qualche tipo di coppa o piatto, sia in riferimento al piatto in cui Giuda intinse le proprie dita sia in relazione alla coppa da cui i discepoli bevvero (Cfr. Matteo 26:23,27). La parola “graal” potrebbe derivare dal latino gradalis che si riferisce a una larga base da portata per servire le carni. Potrebbe anche essere legata al greco krater, un imponente calice con maniglie. Quest’ultima è l’interpretazione che gli scrittori successivi preferirono. Nel XII secolo, la chiesa cattolica dovette affrontare in Francia la minaccia degli eretici catari, che sfidavano l’insegnamento della Chiesa nel quale l’Eucarestia era la via per la salvezza. Fu allora coniato il termine transustanziazione per descrivere la trasformazione del pane e del vino benedetti da un prete nel corpo e nel sangue di Cristo. Tantissime sono le interpretazioni ma nessuna di queste ci può portare a comprendere il significato del Graal. Probabilmente il Graal non è mai esistito ed è stato coniato questo termine per portare alla luce la verità di una forza spirituale e non come valore oggettivo che rappresenta quel calice.

Antichi astronauti

Chi erano questi “antichi astronauti”? Una domanda lecita nel giorno del cinquantesimo anniversario dello sbarco dell uomo sulla Luna (20 luglio 1969). Precisando che gli antichi astronauti non si chiamavano Neil Armstrong e Buzz Aldrin  che erano a bordo dell’ Apollo 11 pronti per l’allunaggio; gli antichi astronauti furono coloro che originarono la teoria delle civiltà aliene in un passato che non ha contorni definiti. 
Molti secoli fa e forse ancora prima della nascita del nostro pianeta e del sistema solare, esisteva una razza aliena che progettò e generò la razza umana curandone la procreazione e accellerandone la propria evoluzione. Tali esperimenti però non ebbero pieno successo e questa razza che fu chiamata “ominide”, venne abbandonata sul pianeta Terra in un sistema solare lontanissimo a quello della razza progenitrice mancante però della perfezione che avrebbe dovuto essere la prerogativa principale di questo esperimento. Tutto questo è solamente il mio punto di vista ma l’opinione degli antichi astronauti chiamata “teoria degli antichi astronauti” o paleoastronautica è di tutt’altra opinione. La teoria del paleocontatto si fonda principalmente su un insieme di teorie basate sull’ipotesi di un contatto tra una civiltà extraterrestre e antiche civiltà umane, quindi già esistenti sulla Terra: Sumeri, Egizi, civiltà precolombiane, civiltà dell’ India antica. Nella paleoastronautica esistono diverse teorie oltre a quella sopracitata, teorie che si basano sul contatto tra una civiltà aliena e la specie umana tra le quali si parla ampiamente che la specie umana avrebbe avuto contatti con extraterrestri sin dalle ere più antiche. Questi alieni sarebbero le divinità delle civiltà antiche (egizi, maya, aztechi, popoli della Mesopotamia, romani) e che tali divinità erano raffigurate nelle loro opere d’arte. Il ritrovamento di oggetti fuori dal tempo, che sono stati classificati come oggetti costituiti da una struttura molecolare e fisica non terrestre, chiamati OOPart sono anche’essi una prova concreta che sulla Terra la presenza di civiltà aliene è stata ed è ancora oggi attiva. Gli antichi astronauti si sarebbero manifestati anche in epoche successive: dipinti medievali e rinascimentali, specie a carattere religioso, mostrerebbero in cielo delle navicelle spaziali, a volte addirittura con angeli alla guida (ma questo argomento lo tratteremo nel prossimo post). Anche nell’architettura e nell’arte antica esistono prove che queste civiltà aliene erano state messe in contatto con civiltà già esistenti sulla Terra. La clipeologia (disciplina che studia il contatto tra le civiltà aliene e la terra) ha rilevato un’enorme quantità di siti archeologici che rispondono alle teorie degli antichi astronauti; quali: Stohnenge, Giza, la Valcamonica, le Linee di Nazca, Yonaguni. Prove su prove dell’esistenza di un passaggio o di più passaggi, addirittura di vere e proprie colonizzazioni terrestri di questi “astronauti” la cui provenienza non è mai stata accertata. Una breve considerazione finale sulla teoria degli antichi astronauti. L’esistenza di civiltà aliene diverse dalla nostra è pressochè scontata ma la comunità scientifica ovviamente non ha mai approvato tale supposizione perchè non ritenuta valida anche se nel DNA umano ci sono tutte le risposte che vanno ad avallare l’ipotesi degli antichi astronauti e della loro macchina di produzione umana.