Giudizi imperfetti

Gli americani sanno che la Giustizia può sbagliare. Uno studio sulle 7.482 condanne a morte inflitte negli Usa dal 1973 al 2017 ha rivelato che nel 4% dei casi si è trattato di errori giudiziari:340 individui sono finiti nel braccio della morte da innocenti, e circa la metà di loro sono stati effettivamente giustiziati. La gran parte di coloro che si sono salvati deve ringraziare le nuove tecniche di Analisi del Dna sui reperti conservati per anni e anni. In Italia la pena di morte non esiste, ma anche da noi gli errori giudiziari abbondano. Secondo stime attendibili, sono stati circa 26 mila dal 1992 ad oggi coloro che hanno subìto ingiusta detenzione prima di essere riconosciuti innocenti con sentenza definitiva. E sono oltre 130 le persone condannate in Cassazione ma poi assolte in seguito ad un processo di revisione, o perchè si è scoperto il vero colpevole. E se le norme prevedono l’eventualità di una revisione del processo, gli elementi materiali che sono serviti per la condanna(i reperti) dovrebbero essere gelosamente conservati per un periodo congruo, perchè potrebbe succedere che riesaminando quegli stessi elementi, o esaminandone alcuni che erano stati trascurati, magari viene fuori una nuova verità alternativa alla precedente. Si parla infatti, nella stragrande maggioranza dei casi di piccoli oggetti: capi di vestiario, buste o fiale contenenti materiali organici, capelli, fibre, eccetera. Niente che non possa tranquillamente stare in una bella scatola sigillata, esattamente come fanno in America. E invece no. Da noi, certi tribunali danno ordine di “distruggere”, e talvolta i reperti vengono pure inspiegabilmente distrutti anche quando c’è la disposizione di non farlo. Ma perchè? Forse va fatta tabula rasa in modo che nessuno possa rimettere in discussione quanto deciso? Forse che quegli oggetti fanno paura? Forse che qualcuno teme una verità alternativa?